Università di Lecce
Facoltà di Scienze della Formazione
Corso di Laurea in Sociologia
Tesi di laurea in Sociologia politica
Esperienze e strumenti di cittadinanza attiva
e politiche giovanili
Premessa: lo scenario
Anno 2006, Salento, provincia dell'Impero. Lo scenario di un giovane: parchetto pubblico, illuminazione scarsa, unico gruppo di ragazzi, meno di una decina, quelli della “mattonella”, che è solo la zona del ritrovo. La “mattonella” è una fra le tante, esattamente uguale alle altre decine di migliaia di cui è composto il pavimento. “Ci vediamo alla mattonella” è darsi appuntamento ogni sera, nello stesso identico posto, consapevoli di ritrovarsi a parlare delle stesse cose, il calcio, la musica di moda, alternando gli sguardi tra le solite facce e la solita mattonella. Alcuni amici tardano a casa presi dalle partite alla PlayStation, ma ci guardano contenti: “Vagnuni, stasira ne spundamu! Tinimu na skank spettacolare!” (“Ragazzi, stasera ci sfondiamo, abbiamo una marijuana spettacolare”). L'altra novità è il progetto di viaggio, da decidere però se Camden Town (il famoso mercato di Londra) o Amsterdam; unico obiettivo provare ‘i funghetti' (i funghi allucinogeni): “roba naturale niente di chimico”, dicono, esprimendo coscienza salutista. “Sarà un viaggione!” Si alternano chiacchiere qualunque ai ‘cannoni' e alcol e così passa una serata. Così passano tutte le serate, e anche le giornate non sono molto più emozionanti, fra qualche ora di studio noioso e le chiacchiere per riempire le pause.Non è lo scenario di un ristretto gruppo di ragazzi marginali, ma uno scenario diffuso di un gruppo di ragazzi ‘normali', che possono vivere in paese come in città, dove c'è più scelta di pub dove andare a bere, e poi c'è il Corso, dove “almeno vedi gente”.
Il paese in cui sono nato e vissuto non fa eccezioni: 16.000 abitanti, da trenta anni e tuttora senza un cinema, né una biblioteca, né un centro di aggregazione giovanile, né una libreria, né un informagiovani, insomma, niente. La cultura nelle politiche comunali è qualche serata di musica ipercolta o qualche dibattito sui massimi sistemi filosofici o la sfilata degli abiti da sposa, tanto per non fare sempre le cose troppo “serie”. La socialità si coniuga in due pub dove bere la sera, nelle palestre dove i ragazzi ”scolpiscono i muscoli” sui modelli televisivi, nelle scuole di ballo private dove le ragazze imparano i balli di gruppo, rispettando rigorosamente il “quadrillage”, la disposizione a reticolo tipica delle parate militari, per dirla alla Foucault. Ma “paese” suona male, allora l'amministrazione si attiva, e ottiene, dal Ministro della Funzione Pubblica in persona intervenuto in pompa magna, il titolo di “Città” per ragioni che rimangono oscure pressoché a tutti.
Il lavoro è sinonimo di “Nord”: operai, facchini, muratori i ragazzi, insegnanti, bariste e assistenti sociali le ragazze. I laureati più fortunati lavorano sodo nell'amministrazione di qualche multinazionale.
Con i recenti piani di sviluppo del Mezzogiorno qualcuno ha la fortuna di lavorare a due passi da casa: finita l'epoca degli investimenti nel petrolchimico e nell'acciaio, nell'epoca delle ICT (Information and Communication Technologies) ora c'è il mega call-center, con contratto a tempo determinato a quattro euro l'ora più incentivi, incastrati fra sedia, cuffia, regole e tempi da catena di montaggio, a tentare di vendere per telefono i vari pacchetti promozionali.
L'università è sinonimo di libretto, date di esami, voti; si studia solo per superare un esame e prendere eventualmente un buon voto, a prescindere dai contenuti: che siano aggiornati e interessanti o ammuffiti e noiosi, tutto va bene. I tirocini e le specializzazioni che attirano qualche interesse nell'area “scienze della formazione” sono quelle legate allo studio del crimine, in linea con le aspirazioni professionali degli amici, in gran parte aspiranti avvocati, insieme agli aspiranti consulenti d'azienda. C'è anche qualche amico in missione in Afghanistan e in Iraq, si sa che la guerra fa schifo, ed è anche un po' rischioso, ma alla fine in soli cinque mesi di missione si torna a casa con trentamila euro, somma che i più fortunati possono mettere da parte in non meno di cinque anni. S'intende che la prima spesa sarà l'auto nuova, la moto nuova, per cui si rimane con la stessa necessità di “lavorare”.
Il “pubblico” è sinonimo di amministrazione pubblica, roba da grandi, sinonimo di tasse per la maggioranza e di soldi e potere da gestire per le élites al governo e i rispettivi amici imprenditori, soprattutto costruttori edili, ma anche imprenditori culturali, dove la “cultura” sovente è marketing territoriale, che pervade e struttura la stessa identità locale, appiattita sullo slogan “Lu Salentu: lu sule, lu mare, lui ientu… e la pizzica”. Una “vocazione turistica” che da risorsa economica, basata su un insieme originale di territorio, paesaggio, saperi tradizionali, diventa tratto identitario del “salentino”, che quindi diventa ingranaggio delle campagne di “sviluppo turistico” del territorio, sviluppo, s'intende, basato sul turismo di massa che vuole le grandi opere in cemento, devastanti e costose .
Non siamo in uno stato del Terzo Mondo, ma sorpresa, in una delle tante Province dell'Impero, al suo interno, nella civilissima Italia, paese fra i più “avanzati” nel mondo.
Questi sono solo alcuni tratti dello scenario da cui parte questo lavoro, quello che qualcuno nomina “l'Impero”.
Il percorso che si vuole tracciare in questo lavoro è individuare probabili trame della globalizzazione nel nostro quotidiano, inquadrare fenomeni, tracciare scenari, cogliere le aspirazioni verso un mondo futuribile, a partire dal quotidiano, qui e ora.